Eccomi qui, rimpinzato di un'ottima pizza, con una Heineken gelida che campeggia davanti allo schermo che ha appena proiettato l'ultimo DivX illegalmente scaricato alla faccia delle Majors, e l'immancabile Marlboro Light in bocca. Cosa voglio di piu dalla vita? Effettivamente sto alla grande, non fosse per alcune parole che mi rimbombano nel cervello da circa 2 ore...
Allora, andiamo per ordine e raccontiamo i fatti.
In questo piovoso giovedì sera proprio non mi andava di infilarmi nel "Chiostro" (vedi articolo precedente) dato che avrei probabilmente avuto 2 scenari possibili: o mi sarei trovato nella solita calca di gente che non ha un cazzo da fare, ammassata nel cortile del chiostro, o peggio mi sarei trovato tra i 4 gatti irriducibili che con sprezzo della sicura doccia ancora una volta si sarebbero andati a fare l'happy hour (che da queste parti comincia alle 10 e finisce a mezzanotte). Ambedue le situazioni proprio non mi andavano a genio, così ho optato per una pizza+birra+divx che mi sembravano la cosa piu sana ed intelligente da fare.
La prassi è pressapoco questa: scale di casa, auto, tranquillo fino alla pizzeria. Poi i Nick Fettuccina (soprannome) mi fa la solita pizza farcita di ogni ben di dio che mi costerà uno sforzo piu in palestra e un'ora in meno di vita. Da li una cosa abbastanza sfrenata per arrivare a casa senza che la pizza somigli ad un freesbie col quale far giocare il cane. Da li il relax: pizza birrae rutto libero davanti ad un film. Ma la vita non sempre è come noi la immaginiamo...
Se dovessi star qui ad elencare le sole motivazioni per le quali dalle mie parti c'è traffico, non basterebbe tutto lo spazio delle potenti strutture informatiche sulle quali poggia la piattaforma blog splinder. Mi limiterò quindi a descrivere cosa è successo all'interno dell'abitacolo della mia auto tralasciando cio che avveniva fuori, ove peraltro imperversava una pioggia fittissima, che, si sa, fa tutt'altro che bene al traffico.
Come dicevo, il traffico con la pioggia è lento e triste così accendo la radio per rianimare l'ambiente e saltellando da stazione a stazione finisco sulla buna RMC (Radio Montecarlo) che, in quel momento, trasmette un pezzo che adoro: Misread dei Kings Of Convenience. Tranquillo e felice come una pasqua me ne vado scarrozzando per le strade in direzione pizzeria.
Ad un tratto quella bellissima melodia sfuma sulla suadente voce di Kay Rush. La cosa non mi dispiace perchè Kay Rush oltre ad avere una bellissima voce e ancore, in barba alla sua età, un dei piu grossi chiavatoni asiatici sui quali il mio sguardo si è mai posato, cosicchè mentre ascolto la sua voce me la immagino vestita solo di un paio di cuffie parlare la microfono ri RMC, il microfono poi diventa un'altra cosa e... beh ci siamo capiti, no? Insomma la Rush tra una parola e l'altra introduce una certa giornalista il cui nome mi suona familiare: Marida Lombardo Pijola.
Decido di ascoltare cosa ha da dire a tizia.
La giornalista comincia con i soliti stucchevoli saluti dei quali solo le vecchie puttane del mestiere sono capaci. La falsità della voce della tizia sembra quasi schizzare fuori dall'abitacolo dell'auto che ormai ne è pieno. Mentre la tizia annuncia che il suo "radio articolo" di oggi sarà di una gravità quasi apocalittica, io in preda ad una specie di misticismo giornalistico comincio a ricordare dove ho letto il suo nome. Mi torna alla mente la prima pagina de "Il Messaggero" (quel patetico giornale romano che non ha neppure il danaro per avere un suo server dedicato e si appoggia a quello di caltanet.it) e comincio a ricollegare il nome agli articoli. Così ricordo che "Marida Lombardo Pijola" è una tizia sedicente giornalista che per non so quale ragione ha la passione di fare la falsa reporter per argomenti triti e ritriti. Così mentre la tizia introduce l'argomento dell'articolo che sta per recitare via radio a me torna in mente quello che ho letto qualche settimana prima sul messaggero. L'articolo mi incuriosì poichè si intitolava "Le cifre" e sottotitolo "Non chiamatele piu puttane". Visti gli argomenti mi sembrava di decente interesse anche se lo vedevo abbastanza poco di attualità dato che le puttane esistono dalla genesi (bibblica o naturale che si voglia) della terra.
Riporto un passo di tale articolo (circa l'80% se non vado errato) recuperato grazie alla utilissima cache di Google, altrimenti perso per sempre in forma digitale.:
"LE CIFRE
<<Non chiamatele piu puttane>>
di MARIDA LOMBARDO PIJOLA
ROMA- Non chiamatele più puttane, se potete, non senza averle osservarle molto bene. Come l’altra notte, nello stanzone della questura di via Genova. Se ne stavano rannicchiate su una panca come fanno i bambini quando hanno paura od hanno freddo. Cercavano di sparire tra le adulte, di far mucchio in mezzo alle duecento che la polizia aveva raccattato per le vie di Roma. Ma a riconoscerle non ci voleva niente. Le calze rotte. Il trucco era un pasticcio, come accade dopo la festa del martedì grasso ai ragazzini. Gli abiti parevano travestimenti rubati alla mamma, esperimenti di ragazzine in fase pre-adolescenziale. Sedici, quindici, tredici anni. Bionde e malinconiche, diafane e sottili come Gretel nelle figure dei libri di fiabe, oppure nere e vitali, con gli occhioni e coi capelli ricci, come le bamboline dei girotondi anti-razzisti sui libri di scuola. E quando le poliziotte hanno portato da mangiare, loro si sono messe a festeggiare come fanno i ragazzi quando hanno molta fame, soprattutto se l’hanno misurata all’Est, o nell’Africa subshariana. «Vedesse che festa, si sbalordivano nell’ottenere cibo in cambio di niente, nel venir trattate da esseri umani..», racconta Nicola Calipari, dirigente dell’ufficio immigrazione della polizia di Stato. Lui si è abituato a tutto, sa tutto sulla prostituzione, e non ha quasi più tempo per pensare.
Invece noi, che siamo tutti in debito di conoscenza, dovremmo evitare di abituarci a tutto questo, avendo ben chiaro che tutto questo accade attorno a noi. Noi che ci infastidiamo vedendole passeggiare per le vie, noi che ce le portiamo via per venti o trenta mila lire, se siamo quell’italiano su tre che le "consuma". No, non dovremmo più chiamarle puttane, mignotte, nè con nessuno degli altri 30-40 nomi con i quali si chiamano le prostitute. Dovremmo chiamarle prostitute, ovvero costrette alla prostituzione. "Trattate", o "trafficate", come si dice sui verbali. O, meglio ancora, schiave, perchè questo sono. Come nella "Capanna dello zio Tom", anche peggio.
Sono, nel mondo, due milioni, la metà degli schiavi d’America nell’ottocento. Invece delle catene, per controllarle ci sono i cellulari, e al posto della frusta ci sono i coltelli, l’acqua ghiacciata, le sigarette sui polsi, se portano meno di un milione a sera quelle dell’Est, e meno di trecento le nigeriane, perchè non sono bionde. In Italia, le schiave sono più numerose dei giornalisti, dei notai, dei giudici, sono l’equivalente della popolazione Repubblica di San Marino o di una città come Sulmona. In parte sono bambini e bambine, dagli undici ai diciotto. Sono state rapite ed ingannate. Vendute e comprate. Segregate, torturate, violentate. Infine sbattute sulla strada. Perciò qui non si parla più del "mestiere più antico del mondo", questo non è affatto un mestiere, e, come età, non ha superato i 18 anni. Qui non si parla delle lucciole di Carla Corso, le emancipatissime donne permale, che sono oramai una esigua minoranza, ed hanno lasciato la strada da dieci anni. Quando dite prostituzione oggi, parlate di un fenomeno che trasforma esseri umani in altro. Che succhia risorse dalla fame, dalla disperazione, dalle guerre civili. Che alimenta una nuova mafia spietata e transazionale, «meno sofisticata- dice Calipari- ma forse più crudele di quelle tradizionali». Giro d’affari al mese: 30.000 miliardi, 130 in Italia (pari a quasi 800 milioni di euro all’anno), volàno di tutte le altre attività illegali. Si contende con traffico di droga e di armi il primato degli affari malavitosi. E’ la faccia più turpe della globalizzazione. Ed ogni giorno cresce, cresce..
Quando parlate di prostituzione oggi, parlate di Nadia, moldava di 20 anni, passata di mano quattro volte da un trafficante all’altro, ogni volta a sfilare nuda e ad essere "provata", come tante altre Nadie che sono proprietà assoluta di chi le ha ingannate con una promessa di lavoro o matrimonio, oppure le ha rapite all’uscita da scuola o da una discoteca. E quando parlate di prostituzione, parlate di Elèna, bimba albanese tredicenne che si vendeva a Roma, tirandosi appresso il suo orsacchiotto, come un’infinità di altri bambini albanesi venduti in appartamenti non lontanissimi dai vostri, un traffico che nessuno ha potuto quantificare ancora. E si parla di Alberta, venduta dai suoi familiari in un villaggio dell’entroterra nigeriano, e di tutte le Alberte come lei, incatenate dai riti woodoo alla propria superstizione, un dente, un capello strappato, un residuo mestruale, ed un pupazzo sul quale infilare spilloni, per spargere terrore, come se non bastassero le botte di una "maman" grassa e violenta. Nessun diritto, nessuna identità. Costrette a dimenticare il proprio nome, la propria nazionalità, la propria età, e ad ignorare quelle dei "padroni". Costrette a spostarsi continuamente, come greggi impazziti, senza conoscere nè provenienza, nè destinazione. Al lavoro sempre, di giorno e di sera, malate ed indisposte. E per dormire, le nigeriane stipate in luridi appartamenti, soffitte, magazzini, quelle dell’Est rinchiuse in appartamenti o alberghi di quart’ordine col proprio sfruttatore. Racconta Carla, operatrice delle Unità di Strada a Roma: «Quando le invito a presentarsi all’Asl perchè stanno male, mi rispondono io non ho tempo da perdere.Io devo lavorare»."
Quando lessi l'articolo dissi tra me e me: "Perfetto! Questa non ha capito un cazzo, ma almeno si è interessata ad un argomento spinoso che altri giornalisti volutamente tralasciano". Con questo commento avrei voluto semplicemente dire che la tizia aveva mancato l'argomento principale ovvero "PERCHE' LE DONNE SI PROSTITUISCONO?" ed aveva mancato di dare ovvie risposte come "FORSE SI PROSTITUISCONO PERCHE LE LORO COLLEGHE <<NON PUTTANE>> NON RIESCONO AD ACCONTENTARE IL PUBBLICO MASCHILE". Ma la tizia si era limitata ad osservare il dolore delle lavoratrici piuttosto che andare alla radice del "problema". Ma si era meritata, almeno dal sottoscritto, un bel 5 e mezzo per lo sforzo di aver analizzato seppur in maniera sbagliata un fenomeno abbastanza distribuito. Mai avrei potuto immaginare la squallida donna moralista che si celava dietro quella stucchevole voce.
Torniamo al presente, io felice come una pasqua guido nel traffico verso la pizzeria mentre la donna dalla stucchevole voce comincia il suo sconcertante racconto con "I minorenni vanno in discoteca!". Azz!, mi dico, questa si che è una giornalista acuta! La tipa poi continua commentando la sua diretta esperienza in 2 locali romani nei quali riesce ad entrare con uno squallido stratagemma, ovvero fingendo di essere una madre che deve chiamare il figlio e minacciando di interpellare le forze dell'ordine. A mio modestissimo parere sarebbe bastato pagare il biglietto, ma guarda caso la prima critica è proprio rivolta al prezzo del biglietto: "Dieci euro, capite? un prezzo spropositato per un ragazzino do 16 anni".
E la prima cosa che mi viene in mente è "Ma come proprio tu, donna in età avanzata, che come <<regalino>> chiedi al tuo povero partner una bocetta di merda profumata che nella migliore delle ipotresi costa 130 euro, proprio tu critichi un passatempo che di sicuro è piu divertente che spruzzarsi un po di merda profumata addosso e che di sicuro è piu economico". Senza contare poi che per una strana ed antica usanza le ragazze non pagano.
La tipa continua criticando il modo di ballare dei minorenni. Va a capire cosa frullava per la testa della tizia in quel momento...
Ho immaginato una vecchietta incartapecorita che, alla gentile richiesta di un gioviale vecchietto incartapecorito di un romantico valzer in una polverosa balera anni cinquanta, risponde con un secco e sonoro "Ma cosa dice! Non sono mica una di quelle io". E mentre inorridisco a tale visione sento la terza critica che si rivolge alla promiscuità dei balli precedentemente citati, che a dire della sedicente giornalista richiamano in maniera nequivocabile a richjiami sessuali.
Ma il bello viene alla fine, quando, tra le servili approvazioni di Kay Rush, la stucchevole tizia proferisce queste esatte parole: "Sono sconcertata infine dall'uscita della discoteca. Ragazzine che baciano coetanei toccandosi in maniera inadeguata alla loro età [...] per poi andare a fare chi sa che chi sa dove!"
E' stato in quel preciso istante che ho capito quanto desidero non superare i 30 anni. Ed in quell'esatto momento la mia mente ha cagato l'ennesima metafora per dare un senso alla grande contradizione che caratterizza le donne, specie se giornaliste oltre i 40.
Ho concepito l'eufemismo pensando a quell'orda di ragazzine che, in età adolescenziale ed in preda alla famigerata malattia del "mondo delle favole e dei principi azzurri", si innamorano di animaletti di tutti i tipi, spesso peluche ma spesso anche animali veri che trattano come peluche e ai quali riservano attenzioni che sarebbero spese molto meglio a favore di qualche loro coetaneo di genere maschile. Insomma parlo di quelle ragazzine che criticano i coetanei maschietti per una soreggia e coccolano criceti piu puzzolenti di una fogna. E parlo di quelle ragazzine alle quali ricordare che il loro criceto in fondo è nient'altro che una zoccola, significa firmare la propria condanna a morte.
"Si ma in fondo è solo una zoccola..."
"No! Il mio Trudy è un cricetino dolcino e bellino!"
"Ok è dolce e bello ma, rimane una zoccola..."
"No! Trudy è tenero ed ha i dentini bellini!"
"Appunto ha i dentini come ogni comune zoccola..."
"No! Trudyno è mio e non è una zoccola!"
e così via, quasi come se un nome cambiasse il contenuto delle cose.
Quelle ragazzine sono le future 40enni giornaliste che dopo i postumi della malattina del "mondo delle favole e dei principi azzurri", ancora non del tutto guarite si nascondono dietro le definizioni senza capire che le cose non cambiano se gli cambi nome, senza capire che la grande differenza tra criceti e zoccole è nel contenuto non nel nome, senza capire che le zoccole che loro tanto criticano sono i criceti ingabbiati e che i criceti che loro credono di essere altro non sono che zoccole di fogna.
Così, tanto per rimanere nel tema fanciullesco, mi chiedo come mai quell'assurda mentalità contradittoria non fa si che le madri "emancipate" di oggi insegnino alle bambine (di oggi) che Topolino, Gerry (il compare di Tom), Speedy Gonzales, Topogigio, e chi piu ne ha piu ne metta, hanno in se (seppure modificato) il gene del roditore, cosa che fa di loro null'altro che zoccole.
Forse dietro non c'e altro che una difesa della propria categoria (quella femminile) che, tramite l'astuto e subdolo stratagemma del capro espiatorio, accusa la categoria delle consanguigne (le zoccole) salvandosi così dall'accusa di essere dei roditori e camuffandosi così da personaggi del mondo delle favole, retaggio della congenita malattia femminile del mondo delle favole.
Intanto sono arrivato alla pizzeria, e mentre apro lo sportello poggiando il piede sinistro sull'asfalto bagnato dalla pioggia una domanda mi attanaglia la mente:
Ma Topogigio è un topo o una zoccola?






